mercoledì 15 dicembre 2010

IL GOVERNO DEL "NON FARE"

E' incredibile ma vero.
Se si chiedesse a un cittadino medio qualunque di dire se il governo Berlusconi, al di là della direzione delle sue scelte, è stato fin'ora un governo attivo oppure no, la risposta sarebbe invariabilmente "sì".
E' la famosa favola del Governo del "fare", che, grazie al controllo sui media, questa classe dirigente è riuscita a far passare per vera fino a inculcarla nella mente di tutti.
Si può non condividerne le scelte, ma ciascuno ha l'immagine di un Berlusconi che si da davvero da fare. Un decisionista. Uno che non aspetta. Che agisce. Non solo per sistemare i suoi conti con la giustizia.
Invece la realtà è esattamente all'opposto.

I tre anni di questo Governo si sono basati essenzialmente sulla decisione di "non decidere".

"Meriti e demeriti della politica economica del quarto Governo Berlusconi, giunto a due anni e mezzo di vita e destinato a proseguire con difficoltà se manterrà il margine di appena tre voti di maggioranza alla Camera, si riassumono nella decisione di non decidere.Si è scelto consapevolmente di evitare qualsiasi misura di contrasto alla grande recessione". Sono parole di Tito Boeri, noto economista, che ci racconta dalle pagine virtuali del suo sito www.lavoce.it, come questo comportamento immobilista del Governo abbia determinato per il nostro Paese "la più forte caduta del prodotto interno lordo nell'Italia del dopo-guerra: nel complesso, un calo del 6,5 per cento" .
Sebbene potesse contare su una solida maggioranza in entrambe le Camere, la classse dirigente non ha varato nessuna delle riforme strutturali necessarie alla crescita potenziale dell'Italia.
Il risultato è tristemente noto: il Paese ha perso altri trenta mesi fondamentali per gettare le basi per l'uscita dalla crisi soprattutto a lungo termine.

Nel frattempo Berlusconi usava i media per vantarsi del faronico lavoro che faceva per l'Italia e di pari passo, per sminuire le dimensioni della crisi. Una strategia di comunicazione utile solo amantenere alto il consenso.
Una favola bell'e buona, ma destinata a non avere lieto fine.